OLIVETTI

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Alle origini del personal computer: l’Olivetti Programma 101

Elaborare dati senza dipendere da un centro di calcolo: l’idea del personal computer nasce in Olivetti una decina d’anni prima del primo PC
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Dopo il successo ottenuto nel 1959 con l’Elea 9003, il primo calcolatore italiano, realizzato dal Laboratorio di Ricerche Elettroniche con soluzioni d’avanguardia, in Olivetti lo sviluppo dell’elettronica incontra impreviste difficoltà.
Nel febbraio 1960, proprio mentre si devono affrontare i problemi di una nuova attività che assorbe ingenti risorse, ma offre prospettive di ritorno economico solo nel lungo termine, viene improvvisamente a mancare la leadership carismatica di Adriano Olivetti. L’anno successivo in un incidente stradale muore anche Mario Tchou, il giovane e brillante ricercatore a capo del progetto Elea.
A questa situazione l’azienda risponde con una vasta riorganizzazione di tutte le attività elettroniche, che nell’ottobre 1962 confluiscono nella Divisione Elettronica Olivetti (DEO). Ottorino Beltrami, che ne diventa il direttore generale, risponde all’amministratore delegato Roberto Olivetti, figlio di Adriano.

Un progetto che anticipa l’idea del personal computer

Nella DEO opera anche Pier Giorgio Perotto, un progettista che ha già realizzato delle periferiche per l’Elea 9003. Perotto, che gode della piena fiducia di Roberto Olivetti e ha grande libertà di azione, dalla primavera del 1962 lavora a un nuovo progetto per rispondere a un’esigenza ricorrente in campo tecnico-scientifico.

perotto

In quegli anni chi deve elaborare serie numeriche ha a disposizione poche alternative: può usare una calcolatrice elettromeccanica che sta sulla scrivania, ma che fa solo le quattro operazioni, oppure deve ricorrere a un costoso elaboratore relegato nel centro di calcolo, gestito da tecnici specializzati, a cui si accede solo mettendosi in paziente lista di attesa. Tra le due categorie di prodotti vi è un forte divario di prestazioni, di modalità di uso e di costi (le calcolatrici meccaniche più evolute costano meno di un milione di lire,

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mentre i calcolatori superano i 20-30 milioni). C’è quindi spazio per una macchina posizionata a un livello intermedio.
Partendo da queste considerazioni Perotto comincia pensare, come scriverà in seguito, a “una macchina nella quale non venga solamente privilegiata la velocità o la potenza, ma piuttosto l’autonomia funzionale”; una macchina di dimensioni ridotte per stare in ogni ufficio, dotata di memoria, flessibile, semplice da usare, programmabile. In pratica, i concetti base del prodotto sono molto vicini a quelli di un personal computer.

Pier Giorgio Perotto e l’innovazione del “progettista riottoso”

Il progetto di Perotto poco alla volta prende corpo e verso la fine del 1963 assume una connotazione precisa, tanto che nella primavera del 1964 può iniziare lo sviluppo del

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prototipo definitivo, in azienda ben presto battezzato come “la Perottina”.
In quei mesi, però, la posizione finanziaria dell’Olivetti diventa più pesante; nel capitale sociale entrano nuovi azionisti (il cosiddetto “gruppo di intervento”) che per prima cosa decidono di disinvestire dall’elettronica e di cedere il 75% della DEO alla General Electric. Tutto il personale della divisione viene trasferito a una nuova società, la Olivetti-General Electric; tutto, tranne Perotto, che con due fidati collaboratori resta in Olivetti.
Perotto racconterà che in quell’occasione fece di tutto per dare di sé l’immagine del “progettista riottoso” e risultare non gradito alla nuova proprietà (General Electric): a ragione riteneva che gli americani, orientati alla grande informatica, non avrebbero

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mostrato interesse per il suo piccolo calcolatore e avrebbero cancellato il progetto.
Ottenuto di restare in Olivetti, Perotto e il suo piccolissimo gruppo, “dimenticati” dalla struttura aziendale, possono operare in piena libertà e verso la fine del 1964 completano il prototipo della P101.
Perotto ha un ottimo rapporto con Natale Capellaro, il grande operaio-inventore, “padre” della Divisumma 24 e di tanti famosi prodotti meccanici della Olivetti; Capellaro è divenuto Direttore Generale Tecnico ed è responsabile della ricerca e del progetto. Quando Perotto gli presenta il prototipo, Capellaro si rende conto che la nuova macchina offre prestazioni che oggi sembrerebbero misere, ma che per la tecnologia meccanica sono inarrivabili: 10 registri di memoria, un facile linguaggio di programmazione basato su 15 istruzioni elementari di significato intuitivo, la possibilità di registrare dati e programmi su una scheda magnetica che funziona come un floppy disk, una piccola stampante incorporata. Il tutto in un oggetto che può stare su una scrivania.

Un successo oltre le attese

Con il parere favorevole di Capellaro, il progetto va avanti, nonostante la diffusa diffidenza del management del settore meccanico. Si lavora all’ingegnerizzazione del

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prodotto e si preparano i piani per il lancio commerciale. Il design definitivo viene affidato a Mario Bellini che propone una soluzione molto funzionale e accattivante (in seguito troverà posto al Museum of Modern Art di New York ).
Su suggerimento di Elserino Piol, la presentazione del prodotto avviene sul mercato americano; l’occasione è la grande esposizione dei prodotti per ufficio, il BEMA, che si tiene a New York nell’ottobre 1965.
Esposta in una saletta del BEMA, la P101 diviene rapidamente l’attrazione principale

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dell’esposizione, oscurando gli altri prodotti meccanici della Olivetti.
Il successo supera le attese; la macchina riscuote l’apprezzamento della stampa americana, l’interesse dei potenziali clienti e il riconoscimento dei concorrenti, che di fronte all’innovazione del prodotto cercano di correre ai ripari. Due anni dopo, nel 1967, la Hewlett Packard presenterà sul mercato l’HP9100, un calcolatore che adotterà alcune soluzioni brevettate dalla P101, tanto che la HP dovrà versare all’Olivetti 900 mila dollari a titolo di royalties.

Un’occasione da sfruttare meglio?
La Programma 101 avrebbe potuto divenire l’occasione per accelerare il passaggio della Olivetti verso l’elettronica e la piccola informatica. Ma dopo la cessione della DEO

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l’azienda non disponeva più delle risorse e delle competenze necessarie per dare continuità a un progetto elettronico di ampio respiro.
L’Olivetti era tornata a posizionarsi su prodotti meccanici di raffinata precisione e non tutto il top management aveva percepito l’importanza strategica della P101, una macchina in quel momento unica e senza concorrenti. Prevaleva l’errata convinzione che i prodotti elettronici avessero necessariamente costi elevati, piccoli volumi di vendita e bassi margini di redditività; la strategia di vendita diretta scelta per il mercato americano, che era il più interessante, non era corretta; in generale, mancavano nelle strutture commerciali e di assistenza tecnica le competenze per vendere e gestire un prodotto così innovativo.
Di fatto la P101 non acquistò nell’offerta Olivetti quel ruolo centrale che avrebbe potuto

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avere. Inizialmente venduta a 3.200 dollari (circa 18 mila euro del 2005), fu prodotta in 44.000 unità, di cui 20.000 nel 1966 per il 90% vendute all’estero: volumi rispettabili, grazie alle vendite soprattutto nel mercato americano (una linea di produzione della P101 venne allestita anche nello stabilimento Olivetti di Harrisburg, in Pennsylvania), ma pur sempre volumi lontani da quelli a cui l’Olivetti era abituata con i suoi prodotti tradizionali.
Dopo la presentazione di New York – seguita dalla presentazione a Mosca nel dicembre 1965 e quindi in altre città europee e alla Fiera di Milano nell’aprile 1966 – lo sviluppo di nuove versioni o modelli (Olivetti P203, P602 e P652) fu più lento del dovuto e la concorrenza, soprattutto americana, ebbe modo di recuperare il ritardo. A partire dal 1967 cominciarono ad affluire sul mercato nuove macchine in grado di competere con la P101.
Svaniva così l’opportunità di conquistare una posizione di leadership sul mercato mondiale della micro-informatica e di anticipare di un buon decennio il successo che prima la MITS e poi la Apple, Commodore, Tandy e altre piccole aziende americane otterranno dopo il 1975 con i primi personal computer.

A ciascuno il suo computer: l’Olivetti e i primi PC

Dalla P101, computer da tavolo del 1965, all’M20, primo personal computer europeo del 1982, e al successivo M24, l’Olivetti svolge un ruolo importante nella nascita del PC

La fatica di portare un computer sulla scrivania
Un computer su ogni scrivania, in ufficio e in casa. E’ un’idea che impiega molti anni a maturare e che certamente non passava per la mente degli scienziati della Pennsylvania University che nel 1946 avevano messo a punto l’ENIAC, il primo storico calcolatore elettronico.

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Faceva operazioni che oggi può comodamente fare un palmare, ma occupava un intero salone e pesava oltre 30 tonnellate.
Ma con il progresso della microelettronica il sogno del computer per tutti poco alla volta diventa realtà. Un primo importante passo lo compie l’Olivetti che nel 1965 presenta la P101, computer programmabile a schede magnetiche. La macchina non dispone del microprocessore, che non è stato ancora inventato, ma è dimensionata per stare su una scrivania.
Passano 8 anni e nel 1973 il Palo Alto Research Center (PARC) della Xerox presenta “Alto”, una macchina che ha tutte le caratteristiche del PC: video grafico separato dall’unità che contiene il processore e i dischi di memoria, la tastiera e il mouse, usa menù e icone, può essere connesso in rete. Ma la macchina è costosa e la Xerox decide di non commercializzarla: ne saranno cedute a università e centri di ricerca circa 2.000 unità.
Nel dicembre 1974 una piccola società americana, la Micro Instrumentation Telemetry Systems (MITS) annuncia l’Altair 8800, un “hobby-computer” basato sul microprocessore 8080, appena realizzato dalla Intel, e sul linguaggio Basic sviluppato

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dai giovanissimi Bill Gates e Paul Allen. Le prestazioni sono modeste, è venduto senza video, ma il prezzo molto basso richiama l’attenzione del grande pubblico. Per gli analisti della storia informatica, l’Altair è il primo vero PC commercializzato.
La MITS non riesce a gestire il successo iniziale e poco dopo è sopraffatta dai più competitivi prodotti di Apple, Commodore, Tandy e altri.
I primi PC non attirano l’interesse del mondo business, ma lo scenario cambia quando IBM, preoccupata dal successo di Apple, decide di entrare in campo.
Il PC IBM 5150, presentato nell’agosto 1981, basato sul microprocessore Intel 8088 e sul sistema operativo MS-DOS di Microsoft, è accolto con molto favore, nonostante un prezzo di 4.500 $ per la versione completa di monitor, 2 floppy disc e stampante. Il piano iniziale prevede la vendita di 250mila PC, ma nel giro di 3 anni IBM supera i 3 milioni.
E’ una svolta decisiva: nasce il grande mercato di massa del personal computing.

Olivetti M20, il primo PC europeo

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L’Olivetti nel 1978 ha appena lanciato con successo la prima macchina per scrivere elettronica, la ET 101. Ma nel personal computing la sua offerta, basata sui microcomputer P6060 (1976) e P6040 (1977), non può competere con i nuovi PC di Apple o Commodore orientati al mercato di massa.
Scartata l’idea di aggiornare i prodotti esistenti, si opta per un progetto completamente

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nuovo. L’incarico è affidato a Enrico Pesatori, responsabile del Gruppo Informatica Distribuita, che si avvale del gruppo di progetto dell’OATC (Olivetti Advanced Technology Center), situato a Cupertino, nella Silicon Valley californiana, e guidato da Enzo Torresi. La definizione del nuovo prodotto richiede qualche tempo: sono in gioco scelte complesse sia sul piano tecnologico che su quello delle strategie di mercato. Dopo aver

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esplorato varie soluzioni, il progetto prende corpo e nel marzo 1982 viene presentato il primo personal computer europeo: è l’Olivetti M20, che nel nome rievoca il secondo modello di macchina per scrivere prodotto nel lontano 1920.
Il risultato è tecnologicamente molto valido: il sistema operativo PICOS e il microprocessore Z8001 a 16 bit, fornito da Zilog, offrono ottime prestazioni, ma la macchina non rispetta gli standard (Intel e Microsoft) che si stanno affermando sul mercato e quindi non può utilizzare il software applicativo già disponibile. Per rimediare, l’M20 viene fornito di emulatori e di un co-processore per l’MS-DOS.
Il nuovo PC Olivetti è accolto positivamente, anche in virtù del bel design curato da Ettore Sottsass, Antonio Macchi Cassia e George Sowden. Ma nonostante il rapporto prezzo/prestazioni sia ritenuto competitivo, le vendite annue restano nell’ordine di poche decine di migliaia di unità.

AT&T, un partner per l’M24 negli USA
L’esplosione del mercato mondiale dei PC sollecita Olivetti a progettare subito l’evoluzione dell’M20. L’incarico è affidato a Luigi Mercurio, responsabile della Direzione Informatica Distribuita, che si avvale ancora del gruppo di progetto di Cupertino, dove Giuliano Raviola coordina la PC Development Operation e Sandro Graciotti guida il

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settore dei PC Systems. Nasce così l’Olivetti M24, una macchina che privilegia la compatibilità con l’IBM e che viene presentata alla fiera di Hannover nel marzo 1984.
Il nuovo PC, disegnato nello studio di Ettore Sottsass, ha un’indiscussa superiorità tecnologica sui concorrenti: i progettisti sono riusciti ad offrire maggiori prestazioni e piena compatibilità con il PC IBM, pur utilizzando un microprocessore diverso (Intel 8086 vs. Intel 8088).
L’M24 ottiene un grande successo di mercato: la macchina è competitiva sul piano tecnologico e prestazionale e in più, rispetto all’M20, beneficia della compatibilità con gli standard di mercato, della maggiore esperienza acquisita dalla rete di vendita, dell’accresciuta dinamica della domanda europea e, soprattutto, dell’importante accordo strategico con l’americana AT&T.
Con questo accordo, divenuto operativo nell’aprile 1984, l’AT&T entra nel capitale Olivetti e le due società si impegnano a uno scambio di prodotti per espandere le

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rispettive gamme di offerta. Attraverso il canale AT&T l’M24 entra negli USA con importanti volumi di vendita.
Nel 1986 l’Olivetti produce e vende sul mercato mondiale quasi mezzo milione di PC, di cui 220mila in Europa e quasi altrettanti negli USA, diventando il terzo produttore mondiale e il primo europeo.
La presenza su tutti i mercati, la qualità dei prodotti, lo sviluppo di versioni specializzate per le banche e il retail rafforzano dovunque l’immagine della Olivetti come produttore di riferimento nel personal computing.

Cresce la competizione, calano prezzi e margini
Il ciclo di vita dell’M24 dura quasi 3 anni e si protrae fino a tutto il 1986. Ma le nuove generazioni di microprocessori Intel si succedono a ritmo serrato: 286, 386, 486, pentium… Sul mercato dei PC tecnologia e domanda impongono un continuo rinnovo dell’offerta.

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La gamma dei PC Olivetti si adegua a questa condizione, ma riesce difficile ripetere il successo dell’M24, anche perché sul mercato arrivano nuovi e aggressivi produttori, tra cui Compaq e Dell, nate rispettivamente nel 1982 e nel 1984.
In seguito al graduale indebolimento della partnership con AT&T, che incide sulle vendite in USA, la quota Olivetti sul mercato mondiale inizia a ridursi. Ma la difficoltà maggiore,

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come per tutti i produttori, deriva dal progressivo spostamento del valore aggiunto del PC (e dei margini di redditività) a monte verso i fornitori di componenti strategici (Microsoft e Intel) e a valle verso la rete di distribuzione. A ciò si aggiunge a partire dagli anni ’90, una certa banalizzazione del progetto e della produzione, sempre più simile all’assemblaggio di componenti standard, che finisce con il privilegiare i produttori a basso costo, tipicamente localizzati nell’Estremo Oriente.
Fino al 1997 l’Olivetti con alterne fortune continua ad operare nella progettazione e produzione dei PC, sviluppando numerosi modelli di elevata qualità e apprezzato design; ma alla fine le difficoltà del conto economico costringono l’azienda a cedere l’intero business dei PC.
Fino al 1997 l’Olivetti con alterne fortune continua ad operare nella progettazione e produzione dei PC, sviluppando numerosi modelli di elevata qualità e apprezzato

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design; ma alla fine le difficoltà del conto economico costringono l’azienda a cedere l’intero business dei PC.

A partire dal 1997, per molti anni l’Azienda mantiene una presenza commerciale nel settore PC facendo affidamento su prodotti sviluppati da terzi.  Nel 2010 si assiste a un ritorno dell’Olivetti nel settore del personal computing con lo sviluppo di una nuova famiglia di notebook e netbook che, facendo leva su design, innovazione e partnership con Intel e Microsoft, mirano a divenire veicolo di un’ampia offerta di soluzioni di software e di servizi. Con questa diversa strategia l’Azienda ritorna a competere in un settore che tanta parte ha avuto nella storia dell’Olivetti.

Lavorare dovunque: i computer portatili Olivetti

Dall’M10 del 1983 agli Echos del 1994, passando per Olivetti 1., Quaderno, Philos… Design e innovazione Olivetti per competere nel difficile mondo dei portatili

Un computer sempre a disposizione, dovunque si vada, con tutti i dati e le informazioni utili per il lavoro quotidiano.

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Sul finire degli anni ’70, quando escono i primi PC, questa non è ancora un’esigenza che viene dal mercato, ma solo l’intuizione di qualche progettista che lavora intorno all’idea di un computer portatile (laptop o notebook).
Un primo risultato è il Grid Compass, presentato dalla Grid Systems Corp nel 1979; nel 1981 esce l’Osborne 1 realizzato dalla Osborne Computers, mentre nel 1982 la giapponese Epson con il suo HX-20 rivendica il merito di aver introdotto per prima un PC con la dimensione del notebook (formato A4). Questi prodotti, come altri che li seguono, non hanno la pretesa di fornire le prestazioni di un vero PC, ma avendo peso e dimensioni ridotte offrono il vantaggio della mobilità.
E’ l’inizio di un nuovo business: con i notebook, che gradualmente diventano capaci di offrire prestazioni e funzionalità simili a quelle di un desktop, nel mondo del lavoro la mobilità assume una nuova dimensione.

M10: il primo portatile Olivetti

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L’Olivetti presenta il suo primo portatile, l’M10, nel 1983, a distanza di poco più di un anno dall’annuncio del primo desktop, l’M20.
Il mercato dei PC è in piena espansione, ma per i notebook la domanda è solo ai primi passi: i prezzi elevati e le prestazioni ancora limitate giustificano l’acquisto solo in pochi casi.
L’M10 è comunque accolto con interesse dal mercato. Attrae il design, di Perry A. King e Antonio Macchi Cassia, premiato allo Smau del 1983, che riesce a far convivere una

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tastiera di dimensioni normali con un piccolo display a cristalli liquidi, orientabile verticalmente per migliorare la leggibilità. La memoria disponibile è irrisoria per gli standard di oggi, ma nel 1983 per un portatile di formato A4, spesso 6 centimetri e pesante 1,8 kg, è una dotazione di tutto rispetto.
La possibilità di collegare l’M10 con varie periferiche, dalla stampantina termica (MC10) al microplotter (PL10), dal modem per entrare in rete al registratore di cassette per aumentare le capacità di memoria, colpisce l’immaginazione dei potenziali utenti: prende corpo un’immagine nuova per il mondo del lavoro italiano, quella del posto di lavoro mobile o dell’ufficio da viaggio.
Ma per quanto l’M10 sia innovativo, il continuo progresso della microelettronica ne abbrevia il ciclo di vita. Nel 1984 l’Olivetti vende oltre 24mila M10 e conquista il 70% del mercato italiano dei PC portatili e il 22% di quello europeo; ma già nel 1985 le vendite iniziano a calare.

I “trasportabili”: a mezza strada tra desktop e notebook

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Le dimensioni dell’M10, per i suoi tempi molto ridotte, ne limitano le prestazioni; perciò l’Olivetti decide di sviluppare una macchina più ingombrante, ma più potente. Nel 1984, insieme all’M24 che tra i desktop si appresta a rimpiazzare con grande successo l’M20, l’Olivetti presenta l’M21, una macchina compatta con un video da 9 pollici e una tastiera che si può richiudere come un coperchio sul video.
E’ il tentativo di entrare con un’elegante soluzione (anche l’M21 ottiene il premio Industrial Design allo Smau 1984) nel settore dei PC “trasportabili”, una categoria a mezza strada tra desktop e notebook.
Ma il progresso della miniaturizzazione elettronica è inarrestabile e consente di costruire macchine con sempre maggiori prestazioni e minore ingombro.
L’M22, presentato a Venezia nel febbraio 1986, di fatto prende il posto dell’M21; è più performante, agile ed elegante, ma ha un peso ancora superiore ai 7 Kg. Anche l’M15, presentato ad Hannover nel 1987, con i suoi 6 Kg resta lontano dalle dimensioni tipiche degli attuali notebook.

Un Quaderno sempre più piccolo

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Dalla fine degli anni ‘80 il rinnovo della gamma dei portatili Olivetti, sollecitato dalle dinamiche della tecnologia e del mercato, diviene sempre più frequente.
La fiera di Hannover del 1989 è l’occasione per presentare l’M111 e l’M211, che l’anno successivo sno affiancati da versioni potenziate prodotte con piccole varianti dalla Triumph Adler (TA), storica azienda tedesca di cui l’Olivetti ha acquisito il controllo in seguito ad un accordo del 1986 con la Volkswagen.
Nel 1990 l’Olivetti assegna alla TA il compito di sviluppare una nuova linea di notebook, sfruttando anche una collaborazione con la giapponese Y-E Data.
Nel 1991 esce così Olivetti 1., una nuova linea formata da 2 laptop e 3 notebook che copre un’ampia gamma di prestazioni e applicazioni. Il salto di qualità è visibile:

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i notebook pesano meno di 3Kg, il mouse è integrato nella macchina, le prestazioni per quei tempi sono eccellenti, così come la modularità e la compatibilità offerta dai microprocessori Intel 286 e 386.

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Le nuove macchine sono apprezzata per il design, le soluzioni tecnologiche e la varietà delle soluzioni offerte. Ma la produzione in Germania (Norimberga) si rivela costosa, proprio in un momento in cui dal sud-est asiatico arriva un’invasione di prodotti a basso prezzo; le produzioni europee non reggono la competizione e anche le vendite di Olivetti 1. si rivelano inferiori alle attese.
L’Olivetti affronta questa situazione aumentando gli investimenti e l’innovazione. Nel 1992 esce il Quaderno, un portatile di nuova concezione, estremamente compatto (ha formato A5, pari a mezzo A4), progettato da Ugo Carena e disegnato da Mario Bellini e Hagai Shvadron. Con questa macchina l’Olivetti inaugura la categoria dei “subnotebook”. Nei primi mesi il prezzo (inizialmente di 1,35 milioni di lire) e alcune limitazioni applicative ne frenano le vendite, ma la successiva versione potenziata del 1993 – il Quaderno 33 – diviene in certi ambienti un oggetto cult, molto ambito, come nella storia di tanti prodotti Olivetti, nonostante il prezzo di 3,4 milioni di lire.

Il peso del conto economico

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Nel 1993 una nuova elegante linea di notebook, i Philos disegnati da Michele De Lucchi, contribuisce a ravvivare l’offerta Olivetti. Con il Quaderno e i Philos le vendite di portatili Olivetti in Europa arrivano a circa 27mila pezzi nel 1993 e raddoppiano l’anno successivo, quando la quota di mercato europea raggiunge un massimo del 14% circa.

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La progressiva standardizzazione della tecnologia PC produce i suoi effetti anche nel campo dei notebook. Gli spazi per sostanziali innovazioni si riducono; le barriere all’ingresso si abbassano, cresce il numero dei semplici assemblatori. I prezzi continuano a scendere, così come i margini unitari.
Nel 1994 una nuova linea di notebook, gli Echos, si affianca e poi sostituisce i Philos. Anche gli Echos, che per la prima volta offrono l’opzione di una carrozzeria colorata (rosso mattone), sono disegnati da Michele De Lucchi e riscuotono molti consensi.
Ma anche se i modelli si succedono con crescente frequenza e buon successo di mercato, l’equilibrio economico di questo business diventa sempre più precario, tanto che nel 1997 le esigenze del conto economico forzeranno l’Olivetti a cedere il settore PC, abbandonando le relative attività di progettazione e produzione.

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A partire dal 1997, per molti anni l’Olivetti mantiene comunque una presenza commerciale nel settore dei PC desktop facendo affidamento su prodotti sviluppati da terzi.  Nel 2010 si assiste a un ritorno dell’Azienda nel settore del personal computing portatile, con un approccio non più orientato alla produzione di massa dell’hardware, ma piuttosto all’offerta di servizi. I nuovi modelli di notebook (Olibook  S1300, S1500, S1550) e di netbook (Olibook M1025), sviluppati in accordo con Intel e Microsoft, sono indirizzati sia alla clientela consumer (tramite i canali di vendita Telecom Italia), sia a quella professionale e alle PMI (tramite i canali Olivetti). La nuova gamma di prodotti, facendo leva su design e innovazione, è presentata al mercato come veicolo innovativo per l’offerta di una vasta gamma di soluzioni software e di servizi, a cominciare da quelli per la sicurezza dei dati.

FONTE DELLE INFORMAZIONI : www.storiaolivetti.it